I giorni persi che hanno reso Bergamo una tragedia del Coronavirus

I giorni persi che hanno reso Bergamo una tragedia del Coronavirus


Finché il 20 febbraio, Annalisa Malara, un medico della cittadina di Codogno, nella provincia di Lodi, decide di ignorare il protocollo e fa un tampone a un uomo di 38 anni che presenta una grave polmonite e non risponde alle cure standard. Il tampone risulta positivo e la sera stessa diventa il primo caso noto di Covid-19 trasmesso localmente in Italia.

Due giorni dopo, in una piccola sala conferenze nella periferia di Roma, si tiene una riunione d’emergenza alla Protezione Civile. Il Presidente Conte siede a un capo di un tavolo ovale, circondato dai suoi ministri, e ascolta il Ministro della Salute, Roberto Speranza, proporre un drammatico lockdown delle città nella zona di Lodi.

I ministri, scambiandosi sguardi nervosi, si dichiarano d’accordo all’unanimità e il governo il 23 febbraio invia la polizia e l’esercito per isolare tutta quell’area, una decisione tutt’oggi citata come la misura del suo coraggio e della sua volontà di dare la priorità alla salute pubblica, prima che all’economia.

Il Ministro Speranza, valutando con attenzione una scelta tanto importante, ritiene necessario agire con prudenza.

“Stavo giocando con la vita delle persone,” ha poi spiegato aggiungendo che nella storia della pandemia, “Era la prima volta nella storia dei Paesi occidentali che si faceva un lockdown nazionale e che si toglieva la libertà alle persone”.

La scoperta del primo caso nel Lodigiano, a quasi 100 chilometri da Bergamo, ha la forza di una rivelazione per la Dottoressa Avogadri, a letto malata.

Alza il telefono il 21 febbraio e chiama i suoi colleghi del Pesenti Fenaroli, l’ospedale di Alzano Lombardo nella valle del fiume Serio, una zona industriale e densamente popolata vicino a Bergamo. Li sollecita a fare il tampone al suo paziente, il signor Orlandi.



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